La Palude dell’Egoismo

ITALIAN TEXT BELOW.

It often happens in the kinky community to speak about bondage, shibari or kinbaku.

Trend or not, it always is a big slice of time during Munch or TNG speakings.

The following thought comes from a commonly agreed idea between several people – both bunnies and riggers, professional or not – who underline how it is possible to feel an incredible sense of freedom in ropes.

On the one hand, I understand how this oxymoron helps to make Rope Bondage more acceptable from a social point of view and maybe it helps people to get involved in this practice.

On the other, I feel it completely detached from my personal idea of bondage.

When I ask myself why I like to tie my partner, the most honest answer – and the shortest one – I am able to give is: egoism.

I feel pleasure, a personal and intimate pleasure, when I look at my helpless partner suffering, giving up little by little, until the complete resignation to her condition. It is a pleasure which feed me, which make me full.

I feel pleasure when I expose her, when I show her most hidden point of her femininity or those ones she would never like to show, her shame satisfies me.

At the same time, I like to enlighten her beauty, her sinuosity and her female shapes.

So I ask myself again: where is freedom in this all? For me, it is exactly the opposite.

Of course rules like:

– common sense

– Safety

– No means no; red means stop

Are always valid.

But the freedom of my partner ends in the precise moment she accepts (by freedom) to be tied. From that point and until the end of the session, she would be everything I want she will be.

She accepts to get in a swampland and to be with me on an insidious path, where it is often hidden something we would not like to show:

Our worst side.


Nell’ambiente kinky spesso capita di parlare di bondage, shibari o kinbaku.
Moda o meno che sia, occupa sempre una fetta temporale importante nelle discussioni o nelle chiaccherate durante i vari Munch o TNG.

La riflessione parte da una idea largamente condivisa da molte persone, sia rigger che bunny, sia professionisti che non, che sottolineano come tra le corde si provi un incredibile senso di libertà.

Da un lato, capisco come questo concetto ossimorico aiuti ad una maggiore accettazione sociale del bondage e che magari aiuti le persone nell’avvicinamento di questa pratica.

Dall’altro, mi rendo conto di come si dissoci profondamente dalla mia personale idea di fare corde.
Quando mi chiedo il perchè mi piaccia legare la mia compagna, la risposta più onesta – e più sintetica – che sia riuscito a darmi è la seguente: egoismo.

Traggo piacere, un piacere personale e mio, intimo, nel vedere la mia partner costretta in una determinata posizione soffrire inerme, rassegnarsi pian piano, fino alla completa accettazione della sua condizione. Un piacere che mi sazia, che mi riempie.
Traggo piacere nell’esporla, nel mostrare i lati più nascosti della sua femminilità o quelli che lei stessa odierebbe mostrare, mi nutro della sua vergogna.
Allo stesso tempo, mi piace esaltarne la femminilità, la sinuosità ed accentuarne le forme, quasi come fosse una costrizione ad essere provocante.

Quindi mi chiedo: dov’è la liberta in questo? Per quanto mi riguarda, è l’esatto opposto.
Fermo restando che valgono sempre le regole di:
– buonsenso
– sicurezza
– “no means no; red means stop”
la libertà della mia partner finisce nel preciso istante in cui accetta (liberamente) di venire legata. Da quel momento e fino alla fine della legatura, non potrà che essere ciò che io ho intenzione che sia.
In quel momento, sceglie liberamente di entrare in una palude e di farsi accompagnare su di un terreno insidioso, dove spesso in agguato si nasconde quanto di più nascosto vorremmo tenere: il nostro lato peggiore.

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