It’s the End of the Rope as We Know it

ITALIAN TEXT BELOW

 

“Come on! You know one day I’ll be better than you!”

“Maybe. But my nawajiri will be always shorter than yours.”

 

A cross-talk between Riccardo and a student of his during dinner with all the participants of Trinity WS, September 2017.

At that moment I did not get the fineness of that message, given almost by chance, between a laugh and a glass of wine.

Then, I started to think about it.

Nawajiri, the residue of the rope which often appears when we tie, from the standard pattern to free-style tying or when we close a suspension line in a different way than usual.

For a beginner, it is like a pendant which stays hung somewhere; usually, it is completely ignored until the moment we start to study: then it becomes an enemy!

What should I do with this meter of residue rope? How can I make it disappear? Where can I hide it? How can I close it?

We all passed through this moment: a battle between us and something which seems to bother us every time we tie.

The more I become confident with this unpleasant presence, the more I realize how much something so marginal, a surplus, includes all the characteristic aspects of kinbaku:  aesthetic, technique, communication.

From the aesthetic point of view, nawajiri should disappear: it is difficult to disagree on the visual effect of the pendant or of the “maxi-bow”, which create focal points which inevitably attract our attention. Kinbaku is – also – a research for beauty which passes through body shapes, expressions, suffering and movements. On the one hand it is not possible to forget about this; on the other cheating will not be sufficient to get the result: it often happens that nawajiri gets wrapped around another rope or it sinks inside the dress or inside some other tied rope, coming out again at the first distraction.

Becoming more skilled in technique – especially intended as rope handling – we start to become familiar with it. The capability to pay attention to a well-done tie-off, solving it quickly until the point that we do not need to break the connection with the partner allows us to face our enemy, reducing its spaces, trying to steal them all. The more we tie, the more we learn how to manage it!

From communication side, nawajiri is a very precious ally. It is wonderful to use it to further change what we are doing,  to mark a message on the flesh and in the mind of the bunny. A well-managed nawajiri can limit or increase a movement, it can become a starting point for the following rope, it can be tied tight around a part of the body which we would like to enlighten or to make it alive, it can be used to take other lines or ropes together, changing shapes, volumes, tensions, it can be used to move, to stress or to give relief to our partner.

Unless you are tying ichinawa or with a small number of ropes on purpose, a tying requires from 8 to 12 ropes on average. It is simple to think about how frequently not only a single one, but a multitude of nawajiri could appear when we add ropes on ropes. So why do should we fight it? Bring it on our side, let us make the most of it! We will discover how much it could be the element which would make our tying time by time different from the previous one.

Ph. by Lorenzo Basile

Nawajiri_01


“Come on! You know one day I’ll be better than you!”

“Maybe. But my nawajiri will be always shorter than yours.”

Uno scambio di battute tra Riccardo e uno studente, durante la cena con tutti i partecipanti del WS Trinity, settembre 2017.

Sul momento non ho colto a pieno la sottigliezza di quel messaggio, lanciato così quasi per caso, tra una risata e un bicchiere di vino.

Successivamente, ho cominciato a rifletterci su.

Il nawajiri, ossia quello spezzone di corda che spesso avanza quando leghiamo, dal pattern standard a quando andiamo “free-style” oppure quando chiudiamo una linea di sospensione diversa dal solito.

Per chi è alle prime armi nasce come un penzolone di corda che rimane appeso da qualche parte; di solito se ne sta lì e viene completamente ignorato. Non appena si inizia a studiare però, diventa un nemico:

Cosa ci faccio ora con questo metro di corda che è avanzata? Come faccio a farla sparire? Dove la nascondo? Come la chiudo?

Ci siamo passati un po’ tutti: comincia così la battaglia tra noi e qualcosa che sembra presentarsi puntualmente a infastidirci ad ogni occasione.

Prendendo confidenza con questa incresciosa presenza, mi rendo conto sempre più di quanto sia incredibile come qualcosa di così marginale, un avanzo – un “di più” – se analizzato con attenzione racchiuda tutti gli elementi caratteristici del kinbaku: estetica, tecnica e comunicazione

Dal punto di vista dell’estetica, si dice che il nawajiri debba sparire: è difficile discordare sull’effetto visivo del famoso pendaglio o del “maxi-fiocco”, che creano dei punti focali che attirano inevitabilmente l’attenzione. Il kinbaku è – tra le altre cose – una ricerca della bellezza che passa attraverso le forme, le espressioni, la sofferenza e i movimenti della persona legata. Se da un lato non si può prescindere da questo, dall’altro non sarà sufficiente barare per ottenere il risultato: capita spesso che lo si veda arrotolato più volte intorno ad un’altra corda a formare una sorta di salsicciotto – ottenendo un risultato forse anche peggiore – oppure che venga annegato all’interno di qualche vestito o di qualche altra corda legata, salvo poi ricomparire alla minima distrazione.

Acquisendo via via un po’ di tecnica – intesa soprattutto come rope handling – ci si inizia a familiarizzare. La capacità di prestare attenzione alla chiusura ben fatta di una corda, risolvendola velocemente sino al punto da non interrompere la connessione con il proprio partner ci consente quindi di fronteggiare il nostro nemico, riducendo i suoi spazi, cercando di sottrarglieli del tutto. Più leghiamo, più impariamo a gestirlo.

Dal punto di vista della comunicazione il nawajiri  si rivela invece un prezioso alleato. E’ molto bello infatti sfruttarlo per variare ulteriormente ciò che si sta facendo, per imprimere un messaggio nella carne e nella mente della bunny. Un nawajiri ben gestito può limitare o accentuare un movimento, può diventare un punto di partenza per una corda successiva, può essere stretto a più non posso intorno ad una parte del corpo che si vuole mettere in evidenza o “rendere viva“, può essere utilizzato per prendere insieme altre linee o altre corde, variando forme, volumi, tensioni, può essere utilizzato per muovere, stressare o rilassare la nostra partner.

Salvo legare ichinawa o legare deliberatamente con un numero di corde limitato, una legatura in media richiede dalle 6 alle 12 corde. E’ facile pensare quanto sia probabile far comparire non uno, ma più nawajiri via via che continuiamo ad aggiungere corde. Quindi perchè combatterlo?  Portiamolo dalla nostra parte, sfruttiamolo al meglio! Scopriremo come possa di fatto essere l’elemento che renderà diversa ogni nostra legatura, volta dopo volta.

 

 

 

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