When Hashira Starts

TRADUZIONE IN ITALIANO IN BASSO

Two days of workshops on Hashira-Shibari were enough to make me fall in love with something new.

However, two days were not sufficient to explore the many facets of something that can lead to overcoming new limits of trust.

Before expressing my impressions on the intensity of what I felt, I refer to the article by Red Sabbath of some years ago in which she exposes her personal experience.

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The evocative power of Hashira Shibari (by Red Sabbath).

The exercise that mostly involved me and Kurogami was to tie inspired by Nureki’s style.

I was intimidated, especially because it was made with a new structure of support, which was not the TK (which I’m used to), but in the end, it turned out to be an explosion of feelings, from beginning to end.

It was characterized by a growing up of intensity, by an increase of ropes on me that limited my breathing, on the diaphragm, on the breast, on the neck. The excitement grew up with the increase of the feeling of compression and objectification, as if I was attached to a pole to become part of it, with no way out. The arms around the hashira gave me the feeling of improvisation, of something quick, without an initial construct. My pleasure was exposed and I could not do anything to protect myself. After the suspension, my feet touched again the tatami under me but at a certain point, my legs were completely wrapped by a flow of ropes that tightened them attached to the pole while an ankle rope pulled one of the legs outwards, making me feel all the strength of the constraint I had.

While the workshop resumed and Riccardo continued the explanation, I found myself, still tied up, with the head pointing up, the hair pulled back and a rope in the mouth. It was at that point that, looking at the ceiling of the venue, with the voices far away from me in the background, I felt alone and I burst into tears feeling ignored by everyone and by all, being aware of my condition.

It often happens that the control of the scene is left to the rope: what you have to do or not do with it. From this experience, we have learned that the creation of a particular mental status helps a lot to feel part of the bondage as if it were a story to tell and a unique and unrepeatable experience, each time: the emotions that derive from it are stronger and more intense and remain longer.

Now we have only to practice the techniques, and I am happy about this!

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Due giorni di workshop sulle legature all’hashira sono bastati per farmi innamorare di qualcosa di nuovo.

Tuttavia, due giorni non sono stati sufficienti per esplorare le mille sfaccettature di qualcosa che può portare a superare nuovi limiti di fiducia.

Prima di esprimere le mie impressioni sull’intensità di quello che ho provato, rimando all’articolo di Red Sabbath di alcuni anni fa in cui espone la sua personale esperienza.

The evocative power of Hashira Shibari (by Red Sabbath).

 

L’esercizio che maggiormente ha coinvolto me e Kurogami è stato la legatura ispirata allo stile di Nureki.

Ne ero intimorita, soprattutto perchè fatta con una struttura nuova di sostegno, che non era il tk (al quale ormai sono abituata), ma alla fine si è rivelata un’esplosione di sensazioni, dall’inizio alla fine.

E’ stata caratterizzata da un crescendo di intensità, da un aumentare di corde addosso che limitavano il mio respiro, sul diaframma, sul petto, sul seno, sul collo. L’eccitazione cresceva con l’aumentare della sensazione di compressione e di ogettificazione, come se io stessa attaccata ad un palo ne diventassi parte, senza via di uscita. Le braccia intorno all’hashira mi davano la sensazione di improvvisazione, di qualcosa di rapido, senza costrutto iniziale. Il mio piacere era esposto e non potevo fare nulla per proteggermi. Dopo la sospensione i miei piedi toccavano il tatami sotto di me, ma ad un certo punto le mie gambe sono state completamente avvolte da un flow di corda che le stringeva attaccate al palo mentre una corda ad una caviglia tirava una delle gambe verso l’esterno, facendomi sentire tutta la forza della costrizione che avevo. Mentre il workshop riprendeva e Riccardo proseguiva la spiegazione, mi sono ritrovata, ancora legata, con la testa rivolta verso l’alto, i capelli tirati all’indietro ed una corda in bocca. E’ stato a quel punto che, guardando il soffitto della venue, con in sottofondo le voci lontane da me, mi sono sentita sola. E sono scoppiata a piangere sentendomi ignorata da tutti e da tutto prendendo consapevolezza della mia condizione.

Molto spesso accade che si lasci il controllo della scena alla corda, a cosa si deve fare o non fare con essa. Da questa esperienza abbiamo imparato che la creazione di un particolare status mentale aiuta molto a sentirsi parte della legatura, come fosse una storia da raccontare ed una esperienza unica ed irripetibile, ogni volta: le emozioni che ne derivano sono più forti ed intense e permangono più a lungo.

Ora non abbiamo che da fare pratica, e di questo sono felice!

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