One Too Many: Overdoing

ITALIAN TEXT BELOW

What makes a kinbaku session successful, referring to feeling and communication aspects?

Basically, people feel satisfied or marked in several different personal and intimate ways. Generally, we remember that session for a long time.

Quite often the result depends on being able to keep up that delicate balance between rope top and rope bottom. This regards all the length of the session, starting with the top’s intention and how he acts to finalize it, coming through the interpretation of the non-verbal feedback of the bottom. The balance is influenced by the rhythm that can be given to the sequence of the actions.

Sometimes the session does not go in the right direction and also in this case every person lives it in a different way. So I started to think about the consequences and going backward I identified some causes that brought me in that direction. One of them is the subject of this article: the overdoing.

I’m not talking about something which overrides the bottom’s limits: this is a violation and saying that the result would be negative would even be optimistic!

I would like to refer to those sessions when not necessarily the partners agree about what to do and what not to do. Those sessions based on the empathy of the person and in which the top owns the full responsibility for the ending of the experience. Those sessions in which trust is built little by little and it is well founded.

The rope is the carrier of a non-verbal communication, which is modulated by several factors like the number of ropes and rope tension and by the management of space and time during the session, like a piece of paper which will be the carrier that will be used to send a letter.

Like every other carrier, it is empty by definition. It needs to be filled with the message we would like to transmit.

The more the message is clear in the intention of the rigger, the more communication will be effective; the more the rigger emphasizes the reception capacity of the model, the more the communication will be effective.

Of course, all of the above it’s not unchangeable during the session, both intention and receptivity change, mutate, evolve.

So it happens that when one of these conditions fails, communication becomes weak and we start to do more to regain the connection: we start to add a lot of ropes in a random way, maybe we become rougher both in movements or gesture, or maybe we emphasize the physical contact.

We try to demand to some physical sensations the mission to find a way to improve the communication we lost. I confess that I acted like this many times. But I recognized that in the best case my kinbaku became empty of the real meaning, remaining to the level of a D/s session.

So my research focuses on what to do alternatively to improve this point without overdoing.

It’s a dialogue, not a monologue. Look at her. Let her do something and then act. Do not bring her to the burning point, keep her on the boiling point.

[Riccardo Wildties]

I’m learning that the thing that works better is first of all to stop.

To stop and to take a look.

Maybe making a step back. I stop doing my monologue and I try to understand what my partner wants to tell me. I stop adding ropes or going alone on my own way.

I do less, sometimes I do nothing.

I just look at her. I untie a rope and I tie it in another way, or maybe I untie more ropes and I look at the effects.

I’m learning that the more I tie like this, the more I get involved.

Paradoxically, a session could be extremely incisive both by doing a fifteen ropes full body lacing or only the first rope of a TK. I spend more time looking at my model and enjoying the moment than tieing – and day by day I understand more how a good technique is needed to go deeper, because it allows me to focus less on the ropes and more on my partner.

I’m learning to use the time like a precious ally and not to see it like a clock hand that I must follow or like a tank which is going to be empty.

I’m learning to enjoy every single moment and to get inspired by details. A lock of hair, an expression, the position of a shoulder, the bones on the breast, the reaction of a foot.

I’m learning that being subtle makes communication more effective, both in term of clarity of the message and in term of reception.

I’m starting to appreciate how much kinbaku is about the here and now.

I shall continue in this direction. I’ll try to be essential, giving a higher importance to those small things I maybe neglect sometimes, by removing the surplus and discovering step by step what this journey named kinbaku holds to us.

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Photos by Lorenzo Basile

 


Cosa fa si che una sessione di Kinkaku sia ben riuscita, dal punto di vista strettamente legato all’ambito del feeling e della comunicazione?

Di base, ci si sente appagati o segnati, in modi ovviamente intimi e personali per ciascuno di noi. Magari ricordiamo quella sessione per molto tempo.

Spesso questo esito dipende dal riuscire a mantenere quel delicato equilibrio tra top e bottom. Ciò riguarda l’intera sessione, partendo dall’intenzione del rigger e da cosa fare per finalizzarla, passando per l’interpretazione dei feedback non verbali del bottom. L’equilibro é influenzato dal ritmo che si riesce a imprimere alle azioni in divenire.

A volte però la sessione non va come si vorrebbe e anche in questo caso per ognuno é diverso. Partendo dagli effetti e andando a ritroso, ho identificato alcune delle cause che possono portare in questa direzione, tra cui l’oggetto di questo articolo: l’overdoing, il fare più del necessario.

Non mi riferisco al fare qualcosa che superi i limiti della bottom: il valicarli costituisce una violazione e dire che il risultato sarebbe negativo é usare un eufemismo!

Vorrei riferirmi a quelle sessioni dove non necessariamente le due parti concordano a tavolino cosa fare e cosa no. Quelle sessioni in cui l’empatia della persona é fondamentale ed in cui il top si assume la totale responsabilità dell’esito dell’esperienza, dove la fiducia si costruisce un po’ alla volta ed é ben riposta.

La corda costituisce il vettore di comunicazione non verbale, modulato da innumerevoli fattori quali quantità di corda e tensione o la gestione di  tempo e spazio, allo stesso modo di come un foglio di carta costituirà il vettore tramite il quale comunicherò con una lettera.

Come il foglio di carta, per principio il vettore è vuoto e necessita di essere riempito proprio con il messaggio che si vuole recapitare.

Più questo messaggio è chiaro nelle intenzioni del top, più la comunicazione sarà efficace; più il top empatizza la capacità ricettiva della bottom, più la comunicazione sarà efficace.

Tutto questo  non è immutabile all’interno della sessione, l’intenzione e la ricettività cambiano, mutano o evolvono.

Capita quindi che quando una di queste condizioni venga meno la comunicazione si indebolisca e per ricostruirla si cominci ad aggiungere corda su corda in maniera piuttosto casuale, a essere più rudi o grevi sia nei movimenti che nei gesti, ad accentuare il contatto fisico.

Si cerca quindi di demandare a delle sensazioni fisiche il compito di recuperare la comunicazione andata a scemare. Non nascondo di averlo fatto più volte, ma mi sono accorto che nella migliore delle ipotesi il mio kinbaku si svuotava del significato più profondo, fermandosi al livello di una sessione D/s.

La mia ricerca quindi si concentra sul come agire in alternativa per migliorare questo aspetto senza strafare.

It’s a dialogue, not a monologue. Look at her. Let her do something and then act. Do not bring her to the burning point, keep her on the boiling point.

[Riccardo Wildties]

Sto scoprendo quale sia la cosa che funziona meglio in questi casi: fermarsi.

Fermarsi e osservare.

Allontanarsi, osservare ancora per avere uno sguardo d’insieme. Smetto di fare il mio monologo e provo a capire cosa vuole dirmi la mia partner o cosa voglia sentirsi dire. Smetto di aggiungere corda o di andare per la mia strada da solo.

Faccio meno, a volte non faccio nulla.

Mi limito a guardarla. Slego una corda e la rilego in altro modo, oppure slego anche più corde e osservo gli effetti.

Sto imparando che più lego in questo modo, più io stesso rimango coinvolto. Paradossalmente, una sessione può essere incisiva sia che passi attraverso un full body lacing da 15 corde che con solo la prima corda del TK. Passo più tempo a osservare e a godermi il momento che non a legare – e capisco sempre di più come un’ ottima capacità tecnica sia necessaria per poter andare a fondo consentendomi di dedicare molto meno tempo alla corda rispetto al tempo che dedico alla mia partner.

Sto imparando a sfruttare il tempo come un prezioso alleato e a non vederlo come una lancetta da inseguire o come un serbatoio che si svuota.

Sto imparando a godermi ogni singolo momento e a farmi ispirare dai dettagli. Una ciocca di capelli, una espressione, l’esposizione di una spalla, le ossa sul petto, la reazione di un piede.

Sto imparando che l’essere sottile renda la comunicazione più efficace, sia in termini di nitidezza del messaggio che in termini di recettività di chi lo ascolta.

Sto iniziando ad apprezzare quanto il kinbaku sia qui e ora.

Continuerò  in questa direzione, cercherò di rimanere essenziale, dando più importanza alle piccole cose che a volte trascuro togliendo il superfluo e scoprendo via via cosa ci riserva questo viaggio che chiamiamo kinbaku.

 

 Fotografie di Lorenzo Basile

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